UNA POETA DALLA MIA LIBRERIA – #1

Poco più di due anni fa ho avuto l’immenso piacere di ospitare Sarah Menefee, persona infinitamente umana. L’abbiamo portata al Caffé Letterario Primo Piano di Brescia in occasione del suo tour italiano di presentazione del libro “Stella umana” edito in italia da Multimedia Edizioni (Casa della poesia di Salerno). Abbiamo passato alcuni giorni indimenticabili, non poteva essere altrimenti con una persona del suo carisma. La prima cosa che subito mi colpisce è la sua disponibilità nei confronti degli ultimi della società. In quei giorni ci siamo mossi tra la provincia di Mantova e quella di Brescia e io, come altri del nostro gruppo, abbiamo subito notato il suo interesse per i senza tetto. Si fermava spesso a parlare con loro, lasciandogli anche una moneta di un euro. Dopo la prima giornata insieme troviamo il coraggio di chiedergli di questa cosa e lei ci risponde con totale naturalezza “ogni giorno conservo dieci dollari/euro di quello che ho e lo dono a chi ne ha bisogno”. Ma chi conosce la storia di Sarah sa che questa è appunto la sua quotidianità, sa che lei è anche stata in carcere negli USA per aver aiutato i senza tetti, per aver violato quell’infame legge che vietava di dare loro da mangiare, sa che con loro ha anche vissuto, ed è certamente questo il motivo per cui le sue brevi poesie dedicate ai senza tetto riescono a trasmettere totalmente tutti gli aspetti di quel vivere ai bordi. Ed ecco che allora torno ad evidenziare un punto per me vitale dell’essere poeta, cioè l’essere immersi in ciò che si scrive anche nella vita reale, avere il coraggio di combattere per determinate cause non solo con la propria parola ma anche con tutte le proprie forze, con il corpo, nella quotidianità. A me risulta dunque ovvio che chi non ha mai vissuto con o come una senza tetto non può assolutamente toccare il vertice con i propri versi, ci si può forse avvicinare, ma sarà sempre evidente una lacuna. Nella prefazione del libro “Stella umana” Raffaella Marzano parla così: “Negli Stati Uniti,in un esercito di poeti – tra cui rappaers hip-hop e specialisti in rime – ce ne sono alcuni preziosi, quelli socialmente e politicamente impegnati, quei poeti che hanno individuato nei più emarginati, nei senzatetto, nei dilaniati da povertà e guerra e nella gente accartocciata e gettata in strada la bellezza e il potenziale rivoluzionario facendone il cuore della loro poesia”. Non posso non essere d’accordo. Come ha detto Ferlinghetti qualche settimane fa a Brescia, questo, quello di provare tenerezza nei confronti di un altro essere umano, è l’unico gesto rivoluzionario possibile rimastci da insegnare alle nuove generazioni. Se i poeti questo non lo capiscono, penso io, vuol dire che la nostra direzione è errata. Va quindi elevato e appreso l’insegnamento di questa grande poetessa che è Sarah. Apprendere questo gesto vuol dire poi applicarlo noi stessi nella nostra quotidianità e credo che in questa società ce ne sia davvero bisogno. Chi ancora si definisce o accetta di essere etichettato come poeta civile per il solo fatto di aver scritto alcune poesie o addirittura un intero libro con tematiche sociali, ma poi non fa nulla di davvero socialmente utile per gli emarginati della società, limitandosi magari a parlare agli studenti di cose magari che nemmeno ha visto e vissuto in prima persona oppure buttandosi in politica o in qualche collaborazione politica forse non ha ben capito il senso di ciò che sta facendo. Non voglio usare mezzi termini, dico infatti che purtroppo il nostro stivale è pieno di queste “figure poetiche”. Da quando conosco Sarah Menefee io impallidisco pensando a questi poeti, se penso che lei da anni è impegnata nella street-graffiti, se penso che figura tra i fondatori di Occupy, o che fa parte della Lega dei Rivoluzionari per una Nuova America. No! No! Proprio non posso fare un paragone. Credo invece che molti di noi abbiano il dovere di conoscere lei e la sua poesia, altrimenti che si cambi mestiere. Detto ciò voglio tornare al libro che ho qui in parte a me, quella “Stella umana” di cui accennavo qualche riga sopra. La stella umana altri non è che un richiamo a quella foto che tutti penso abbiate visto, quell’uomo iracheno con un cappuccio nero sul capo, in piedi su una piccola base rialzata, braccia aperte e cavi elettrici attaccati alle dita delle mani. Di questo libro voglio lasciare una piccola traccia in questo spazio virtuale, proprio la poesia che dona il titolo al volume:

 

STELLA UMANA

Siamo tutti sottomessi al loro ottimo lavoro:
il povero che tormenta il povero.

è una vecchia scena comune nel basso ventre
del potere: è questo che facciamo
con tutti i sottomessi umiliati
e morti

l’innocenza imbavagliata nel cappuccio del linciatore

stava distesa accanto ad un cadavere con dita lunghe
e una bocca spalancata: morte sadica

uno scherzo
fumava una sigaretta

capppucci? tortura? che cosa ridicola! disse
beffardo Rumsfeld
prima che vedessimo
quello che un giovane corraggioso soldato
aveva fatto scivolare sotto una porta

il cappuccio nero del boia calato sul dolce sole

sulla testa del befardo Rumsfeld
c’è l’uomo vestito come una stella nera
con mantello e cappuccio:
i suoi piedi contratti sotto

una piramide di corpi
stella umana legata lì
dai fili elettrici

se cadi atraverso questa notte
porterai giù
l’intera putrida prigione
seppellirai i divoratori nella terra sofferente
nei buchi che fanno scoppiare nel suo petto

stella umana dolente!

vergogna? è una vergogna il nudo brutale potere
come se questi bellissimi cazzi e schiene potessero essere una vergogna
per qualcuno se non per l’osceno

in cui gli impotenti con le lingue insanguinate
umiliano loro stessi
nel nome del padrone

è così che si è sempre fatto

e qui e là ci sono figli smembrati di madri
lasciati poveri e senza gambe
a vivere una vita di dolore: qui e là
i poveri bambini mostrano
i loro monconi

di lungo incubo
di nuovo

(Sarah Menefee)

stella umana

by Andrea Garbin

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in arrivo le OFFERTE DI CARTA, di ALEJANDRO MURGUIA

Secondo una tradizione messicana è consuetudine prendere un foglietto di carta e scrivere un desiderio; affinché questo desiderio si possa realizzare il foglietto va poi letto e dato alle fiamme lasciando che si disperda nell’aria. Si presenta così Alejandro Murguia, sesto Poet Laureat di San Francisco, con la sua prima raccolta di poesie in Italia, intitolata appunto OFFERTE DI CARTA, edita nella collana LE ZANZARE da Giglamesh Edizioni. Il libro uscirà in Italia nel mese di maggio, anno corrente, in 79 copie (il 19 luglio 1979 iniziò, in Nicaragua, il periodo sandinista) numerate e autografate, stampato su carta avorio. Interamente tradotto da Alessandra Bava, ha in copertina un ritratto dell’autore fatto dalla poetessa anglo-svedese Agneta Falk. Ad arricchire ulteriormente il libretto, all’interno, un ritratto di Murguia realizzato dal poeta statunitense Neeli Cherkovski. Le poesie selezionate esplicitano tutta la poetica di Murguia: i forti richiami a Lorca, Neruda, al mondo sudamericano, si incastrano con quelli della società statunitense, col fare poetico che ancora oggi anima San Francisco. A seguire vi anticipo una breve poesia che Alejandro ha dedicato a Csaba Polony (1944-2014), co-fondatore e direttore dell’importante rivista letteraria Left Curve, che ho avuto il piacere di conoscere a Sarajevo.

OCCUPALA

a Csaba Polony


Occupare significa
uno spazio
che ti appartiene
come questa poesia
allora dalle fuoco —
gettala intrisa
di spirito caustico
alle mummie corrotte
che soffocano parole
con la lingua dei profitti,
dei rendimenti medi, degli indici,
dei fondi speculativi

scaglia questa poesia come una lancia
nell’occhio ciclopico dell’avidità
frantumala e lanciala con la fionda
per distruggere Wall Street
usala come un riparo quando piove
fanne una zattera per soccorrere il tuo amore
dalla tempesta
leggila in un parco con una voce
forte come quella di 990,000

questa poesia è densa di significati
può essere qualsiasi cosa
anche un aeroplano di carta
che ti porta in esilio
allora procedi — fallo e basta
occupa questa poesia

Copertina Offerte di carta

Alejandro “El Gato” Murguía, è il sesto Poeta Laureato di San Francisco (primo latinoamericano a ricoprire questa carica) città dove vive e dove da quarant’anni anima e mantiene viva l’arte, lo spirito della rivoluzione e la bellezza della cultura latina. Poeta, narratore, attivista, trova ispirazione nella storia dimenticata della comunità indigena Chicana della California. La sua opera The Medicine of Memory mette in luce il Mission District negli anni Settanta, durante il Nicaraguan Solidarity Movement. Ha pubblicato due raccolte di racconti, entrambe vincitrici dell’American Book Award: Fronte del Sud che narra del periodo trascorso come volontario in Nicaragua durante la rivolta sandinista, e Questa guerra chiamata amore pubblicata dalla City Lights di Lawrence Ferlinghetti. Rimasto orfano all’età di due anni ha vissuto l’infanzia tra il Messico e la California. Questo suo continuo spostarsi da una parte all’altra del confine gli ha procurato un lieve difetto di pronuncia e gli ha impedito di assimilare appieno l’una o l’altra cultura. “La mia salvezza sono stati i libri” dice Alejandro. Si racconta che nel periodo scolastico, incoraggiato alla lettura e alla scrittura da un’insegnante, arrivasse in classe sempre in ritardo dopo aver trascorso tutta la notte a leggere. Tra i suoi libri di poesia, Stray Poems. È fondatore del Mission Cultural Center e della Roque Dalton Cultural Brigade. Insegna Letteratura Latinoamericana presso la San Francisco State University.