Nel sottosuolo si continua a lavorare: LUCA ARTIOLI e LA CASA A CUI VIENI

A poco più di un anno dall’uscita della sua ultima raccolta di poesie intitolata SUTURE, luca Artioli sforna LA CASA A CUI VIENI, raccolta edita, questa volta, da L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri.

La prefazione di Vincenzo D’Alessio

Siamo viaggiatori irrequieti: “in quel / poco tempo che è il mondo”. Tentiamo la difesa dall’arsura del dolore che non ci abbandona, con l’unico mezzo a nostra disposizione: la parola: acqua che disseta, travolge e consuma, acqua pura che rinnova costantemente le nostre radici.

La trilogia di Luca Artioli, sospesa ed eternata nella nuova raccolta “La casa a cui vieni”, distende tre momenti della difesa del “ragazzo vecchio”, invitando chi legge ad accedere allo “sconosciuto alfabeto”, scaturito dallo sguardo sul mon-do, rappreso nel codice verbale: “Sul tuo volto gli appunti e le / parole da mesi raccolti / dentro un quaderno, la foglia / tenuta tra le pagine di un libro.”(Dentro un quaderno, la foglia)

Eternare la sofferenza poetica nella parola; credere ferma- mente che il tempo umano non basti a significare l’eterno che ci pulsa dentro, che ci consuma e insegna a usare lo spazio e gli elementi come distanze dalla realtà che ci atta- naglia: “Se indugi, se l’attimo passa e non è / volare, la realtà torna. Come pietra / a cui si cade accanto, fallendo.” (Salto migratorio)

Avvertiamo la poetica matura del Nostro come nata dalla frequentazione di grandi voci poetiche europee; pregna, nella ricerca, pura nei versi che svelano, prima all’animo del poeta, poi a chi legge, l’immensa energia che genera braccia che sorreggono nella caduta, dita che asciugano pianto e sudore: “(…) o la consonanza della poesia che sola / può contro l’ignoranza del sasso / cambiare il mondo, aprire le mani.” (Territori occupati)

Non riusciamo a distogliere lo sguardo dalle figure retoriche che incessanti emergono nelle poesie, indice di un alfabeto di “onesta poesia”, che si dona e cancella, nell’attimo scarno della lettura, il fulgore del lampo prima del rombo del tuono: “ (…) da madre, che coccola il suo libro / e gli dà voce. Non come fosse semplice / travaso da polmone a bocca, ma / un rituale più antico, l’annuncio sotto / le costole di un viavai prefestivo.” (Se piove)

La memoria che è annuncio di felicità; di solitudine ance-strale e necessaria:” (…) È la solitudine dell’anima / la sua grande vertigine.” (Resta); di condivisione naturale del viag-gio verso una casa, inaspettatamente insicura, ma volutamen-te accogliente per l’attimo che la memoria concede all’Uma-nità: “Per te, nel taschino della giacca ho / un segnalibro, l’idea che serva non solo / la memoria, ma la pienezza della / pagina, su cui un giorno tornare.” (Segnalibro).

La forza dell’enjambement carica i versi di tutta l’energia vitale, che il poeta nasconde in sé fino al momento della pubblicazione, delle sue parole, in poesia. Versi asciutti, non aridi. Fonte sicura di rinnovamento necessario per aprirsi alle inside del mondo. Un mondo che sutura le sofferenze uma-ne nell’unico atto vero, di sincera empatia, di voluto abban-dono dall’egoismo che governa l’esistenza degli individui: “ (…) Chiedilo, allora. Chiedimelo. / Non alzare la mano. Non per il saluto. / Che sia diverso quel gesto del polso, / radici le tue dita e terra / terra e vaso la mia guancia.” (Resta)

Quanta energia promana da questa poesia! Quanta stu-penda bellezza viene assunta dalla parola, che traduce i ri-mandi del cuore, le emozioni. Ci riportano alla mente i versi stupendi di un’altra voce del Novecento appena trascorso, Cesare Pavese, che scriveva: “ (…) Dolce frutto che vivi / sotto il cielo chiaro, / che respiri e vivi / questa nostra sta-gione, / nel tuo chiuso silenzio / è la tua forza. Come / erba viva nell’aria / rabbrividisci e ridi, / ma tu, tu sei terra. / Sei radice feroce. / Sei la terra che aspetta.”

Luca Artioli aveva già tracciato, nella precedente raccolta “Suture” (Fara Editore, 2010) i cardini di orientamento della porta d’accesso alla sua casa natale, alla sua scrittura poetica, indicando, nei versi che seguono, la chiave: “ (…) e poi la casa, e poi il gesto che resta / il bacio di madre, e poi si cresce.” (Il gesto che resta). In questa nuova prova poetica l’Autore ha voluto guidarci in mare aperto, per riportarci alla tranquillità apparente di una casa aerea, priva di mura, im-mensa come il respiro dell’intero genere umano, e delle cose che lo  circondano: “Eppure io, ogni cosa nel sogno / vorrei spiegarti, dire oltre / lo smarrito orientamento, “ (Delle fonti)

Continua, nel suo dono al lettore, alla poesia, con questi versi: “E a me piacerebbe farti capire / la maniera giusta del bene / che ho per te, quella per cui / sono venuta a questa casa.” (Dei modi tanti per dirselo). Tutta la raccolta è una lettera / corrispondenza che darà i suoi frutti contro “la voragine che ci attende”; costringendo il Tempo, che spegne gli occhi del poeta, ad accendere “l’insospettabile ritorno” (Ricevuta di ritorno).

“Nulla è stato calcolato” in quest’armonia dei versi. Tanto è affidato al sole dell’Amore verso la poesia; alla gioia che ognuno ha del suo viaggio, nonostante il dolore della fatica. Concludiamo con la voce forte del Nobel Eugenio Montale, dei suoi versi asciutti e musicali che annodano la vela di Artioli alla Poesia nazionale: “ (…) Tu non ricordi la casa di   questa / mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.”

Alcune poesie scelte

Segnalibro

Siamo qui, insieme, in quel
poco tempo che è il mondo,
io già col binario e il tuo sorriso
nella testa, tu appena un puntino
di treno, nell’ora perfetta.
Nulla è stato calcolato: né la conta
delle parole passate prima
allo specchio, né le geometrie
variabili della prossemica. Nulla
deve esserlo, nulla deve distogliere
dalla scelta che precede l’attimo
(ciò che accade è sempre necessario
mi scrisse qualcuno, in un giorno
di sole, come questo
).
Per te, nel taschino della giacca ho
un segnalibro, l’idea che serva non solo
la memoria, ma la pienezza della
pagina, su cui un giorno tornare.

Nella tasca

Sediamo sull’erba come
chi entra nella notte,
lenti affondiamo per contatto,
– la gravità che a sé chiama
e che vince -.
L’estate senza luce del quartiere
è una porta per il cielo, mi dici,
con il tuo dito che conosce oltre
le costellazioni
(lassù non è lo spazio siderale
che conta, ma le promesse,
le promesse che si fanno da qua
e che ancora attendono
).
Poi mi lasci un sassolino
in mano, perché nella tasca
venga insieme al tuo nome
quando sarà buio. Di nuovo.

Come l’acqua

Ti ho vista nell’andare,
nella schiusa aerea del sole
(oltre le vele dei cirri)
e a nulla serviva  sapere
che Baile Atha Cliath
– la città degli ostacoli –
sarebbe presto stata.
Tu eri già lì, come l’acqua che
scarta la barriera, non solo oltre
i chilometri, ma nella misura
d’un volo migratorio
per essere passo a passo
la spina e il rimedio,
la mia ultima, dolce, disperanza.

Quando è sera

Rotati i cardini, tutto quanto
si dilata e si parifica e tu,
non diversa, tu come non mai,
torni piano a questo assedio
per ore, per piccoli aneddoti,
perché lenta sia la resa, il mio
incondizionato retrocedere.

Se fossero balconi estivi

Sale dai cortili d’agosto
l’urlo guerriero e barbarico
dei bambini dagli anni azzurri,
una traccia quasi cartesiana
delle loro corse, dei piedi
che sanno per imprinting
l’attacco e la difesa, i confini
stabiliti del mondo.
Come noi adesso, che
– da balcone a balcone –
potremmo stare al gioco
e parlare di figli, di bellezza
che rende l’uomo docile
finché dura, finché il campo
della battaglia non chiede
per sé nuove vite, nuovi eroi.

E siamo stati come case

Si dovrebbe, a volte
far finta di niente,
dire che non è stato
(che mai potrebbe),
ma poi dimentico
di dimenticare e tu
riappari nel corridoio
nella sera d’albergo:
quel tenersi un poco
la mano come a non
volerci soli per il troppo
chiedere al tempo,
il troppo disabitare.

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Published in: on 4 giugno 2012 at 17:58  Comments (1)  

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