è uscito POETHREE

Introduzione di DAVE LORDAN

Non ci sono abbastanza lingue nel mondo per la poesia, non ci sono abbastanza voci, non abbastanza parole, non abbastanza linguaggi. Così come il vuoto-spazio in cui si espande costantemente e il vuoto-silenzio in cui incessantemente versa, la poesia è inesauribile. La poesia vuole essere in grado di comprendere ogni cosa, a dirla tutta, vuole e non vuole il mondo secondo il suo capriccio. Anela all’impossibile unione fra parola e carne, o, come suggerisce Barcellandi, all’inverso di questa possibile relazione. Forse questa magia non potrà mai accadere, ma volere che accada è l’unica cosa che potrà mai capitare a un poeta. Se la poesia non è magia, se non possiede poteri divini, non è nulla. Se non può fare accadere le cose, è solo una parte di quella montagna di merda che è tutto il resto. Noi poeti, non crediamo in nulla di umano. Tutto l’umano ci è alieno e noi vogliamo solo uscire da ciò che è umano e andarcene il più lontano possibile. Il linguaggio, ancora più alieno degli alieni, è il nostro assistente, il nostro collaboratore. Noi poeti, non crediamo in nulla, se non nella remota e sacra possibilità di diventare angeli e abbandonare così la nostra razza e il nostro pianeta. Guardateci. Guardate come ce ne andiamo. Essere un poeta significa condividere, o almeno provarci, l’insaziabilità della propria arte. Questo vuol dire essere sempre delusi da come stanno le cose, essere sempre disgustati da come le cose sono andate finora. Significa essere un attore con un infinito appetito per le novità, per le nuove immagini e i nuovi suoni, significa essere un attore dall’inesauribile energia per la ricerca e lo scarto, cercando e scartando sempre nuove forme e nuove sonorità. Significa anche saper riconoscere che ogni novità si esaurisce nella sua iterazione e deve essere immediatamente abbandonata in favore del successivo atto creativo, quello che ancora non si è verificato. La poesia è una pratica di totale distacco dal passato, di totale disprezzo per il presente, di totale orientamento verso il futuro e verso ciò che sarà. I poeti possono essere confusi come meschini, frustrati, cinici, distanti, distratti. E così sia. Se ci odiate è perché ve lo permettiamo, o perché non
ci siamo nemmeno accorti di voi. «Non ci può essere alcuna poesia dopo Auschwitz». Chi conosce l’imprecisione poetica che attraversa gli spassosi scritti di Theodore Adorno avrà già sorriso all’ironia insita in questa assurda dichiarazione, soprattutto quando viene citata da quegli idioti che cercano di dimostrare come la poesia abbia a che fare con la morale o il suo affossamento, balle. La poesia è completamente disumana e amorale. È altrettanto citabile, cioè può perfettamente prestarsi, sia ai torturatori che alle vittime. Può fornire scuse ai presidenti. Può impedire ai rivoluzionari di vivere i momenti più bui della prigionia. È del tutto indifferente ai destini e alle fedi sia dei rivoluzionari che dei presidenti. La poesia ante- e post- data l’umanità. Nel lungo periodo non ha nulla a che vedere con noi e non ha alcuna responsabilità per i nostri orrori, che potrebbero altrettanto essere gli spasmi neonatali del prossimo stadio evolutivo quanto le mortifere convulsioni di gorilla mutanti. Ma la poesia riconosce e reagisce soprattutto alla terza possibilità, quella della stagnazione, che ci si possa aggrappare come muschi alla terza pietra dal sole, che la nostra cronica e impestata sacca di dolore e contaminazione sia qui per restare. Non
sappiamo a cosa serva la poesia, ma sappiamo a cosa si oppone: stasi, inerzia, umanità. Così il poeta, per essere un poeta, deve essere antiumano. Non esiste qualcosa come un poetico umanista. Non fatevi ingannare da Barcellandi. È a sua volta un espansionista. Infatti, il minimalismo è la più astuta di tutte le tecniche poetico espansionistiche. Concentra il mondo e tutte le sue noiose correnti e storie nello spazio di poche righe che ci assalgono con la massima energia e potenza. Gli stupidi non ne verranno influenzati. Non ne saranno travolti. E questo è un altro aspetto della poesia: ci aiuta a dividere lo stupido gregge dal visionario eletto. Il visionario è colui che vede come l’umanità, nella sua forma attuale, non sia abbastanza buona, debba essere superata. Gli stupidi sono molto
felici di come sono, e, inoltre, desiderano che il resto di noi li ammiri per questo. Quando qualcuno ti dice “non sento” la tua poesia, “‘mi è del tutto indifferente”, quella persona sta scrivendo la parola ignorante nella sua anima. E questo è vero
soprattutto se questa persona è, o si definisce, un poeta. Bisogna ricordare sempre che la medesima percentuale di poeti conosce la poesia, come i sacerdoti conoscono davvero Gesù. Un sacco di idioti diventano poeti perché pensano che sia un modo facile per ottenere una posizione o un modo semplice per farsi notare, ma tutto quello che realmente fanno, anche e soprattutto
quando una stanza piena di altrettanti idioti viene coinvolta in una rituale estasi di applausi alle loro parole-rifiuto, è affermare la loro grassa idiozia. Questo è tutto: un poeta che lo fa per l’applauso è un idiota-totale. Barcellandi è sottile e pericoloso. Lui non vuole piacerti o pendere dalle tue labbra. Non gli importa cosa pensi di lui. L’ha già fatta finita con questa merda tanto tempo fa. Noi poeti
abbiamo molto per cui ringraziare i nostri primi bulli. Ci hanno purgati. Ci hanno detto la verità. Ci hanno reso intoccabili. Luca Artioli è un metafisico dell’ubriachezza e delle incontrollabili pulsioni del corpo, dell’estasi di uscirne per andare oltre. Egli ci ricorda che il sé deve essere munto di tutto ciò che valga
davvero la pena per poi essere abbandonato il più velocemente e spietatamente possibile. Il corpo umano è una specie di capsula utile per breve tempo, per una forma esotica di evoluzione, una capsula che deve essere scambiata con urgenza per un’altra non appena la capacità e la possibilità di farlo ci si proporrà. Questa urgenza è quello che noi chiamiamo gioventù, spesso artificialmente aiutata
e prolungata da make-up e giocattoli, narcotici e medici. Erotismo, amore, infatuazione, sono la parte della reiterazione del mondo che possiamo meglio sopportare. Il tempo, così come ha fatto con scarafaggi e costellazioni, ci ha formati per sopportare la noia del sesso, facendocelo passare come qualcosa per cui eccitarsi. L’evoluzione non può assolutamente permetterci di annoiarci con il sesso, anche se, visto dalla luna o da un raggio di Sirio il sesso umano è la cosa più noiosa e prevedibile di qualunque altra. Non importa quante altre volte sia già successo in precedenza un giovane amore deve sempre sentirsi speciale,
come fossimo i primi a cui sia mai capitato. Ma l’amore è una truffa perpetuata dal DNA per motivi impossibili da indovinare. Queste poesie di Artioli documentano, ed esprimono in maniera totalmente nuova, queste antiche, sovra- e disumane pulsioni che associamo con il termine di amore. Per garantire la sua sopravvivenza il sesso imita la novità, e Artioli, ebbro di desiderio,
traboccante di esso, imita questa imitazione, con stimolanti novità. Come nel lavoro dei grandi maestri Rumi e Baudelaire, ubriachezza e sesso, chiamati vino e amore, sono molto di più dei simboli di una mera intossicazione carnale.
Sono la via d’uscita, la via attraverso, la via oltre. Essi sono il mezzo con cui trasformare un flirt in un amplesso, l’autodistruzione in un’arte vanagloriosa. Elevarci e fare sesso sono gli stessi mezzi con cui liberarci da noi stessi, da quegli
orribili grovigli di tabù e di memorie, mentre avvertiamo la sensazione / che tutto possa ricominciare / sulle labbra rosse del vino. Per rinascere è necessario essere terribilmente ubriachi, nudi e ricoperti di sangue. È difficile poter dire di essere davvero rinati senza essere risacrificati. Un vero erotista, come Artioli, sa che lo scopo dell’orgia è proprio quello di diventare insensibili e indistinguibili, in un modo o nell’altro.
Il corpo dell’amante tenta anche Andrea Garbin come l’unione fra oblio ed eterno ritorno. È forse lì:
che si rifugia
è forse lì che si ricorda la
[sera.

Sono capelli che odorano
e che colorano la notte
come liane che portano di
sogno in sogno
cullando la flebile crocefissione
dei nostri cespugli vitali.

Ma non è sufficiente, non lo inganna, né tantomeno il suo pubblico:
<half-man, half-beast> mi dice Jack
non riusciamo a uscire
dai sentimenti del letto

Quando non crediamo più nei sentimenti del letto, quando non serviamo più i nostri cespugli vitali: ci resta solo la fine di ogni cosa? Leggendo Garbin si ha l’impressione di un grande volatile, o di un uomo volante, che passi sopra le città alla fine del tempo mentre bruciano e sprofondano, urlando l’elenco di quanto si stia perdendo mentre fuma e si eleva. Alla fine l’uomo volante sarà anch’esso
inghiottito dalla fiamma, scomparirà nel fumo su, su, su nell’alta atmosfera fino a disperdersi e diventare irrintracciabile nel nero e infinito oltre. Diverse forme di metamorfosi e scomparsa sono tropi importanti nella poesia di Garbin. Ed è qui che si rivela l’intuizione di un’ultimativa e fondamentale identità di trasformazione e scomparsa. È come se ogni porzione di un infinito e infinitamente diviso essere fosse costantemente alla ricerca di potersi allontanare dall’attuale forma decaduta in un’altra, futura, stabile e idealizzata.
Cerchiamo il nostro riposo, senza posa. Alla fine della giornata, don Chisciotte cerca sempre una locanda in cui riposare, in cui dormire. La poesia ha organizzato il mio incontro con Fabio Barcellandi al caffè Modì (che fortuna per loro, a proposito, che luoghi di tale innata irrilevanza come i caffè della Lombardia e i pub del centro di Dublino siano stati miracolati dalla presenza
di poesia, e poeti) poco lontano dalla terrificante Piazza Sordello, nel bel mezzo della fortificata città medioevale di Mantova, nel maggio del 2009. Fabio mi ha in seguito messo in contatto con la rapida evoluzione dell’attuale scena poetica
alternativa presente nel nord della Lombardia, e con alcuni dei suoi principali protagonisti, tra cui Andrea Garbin e Luca Artioli. Mi hanno portato ovunque fosse possibile performare i miei testi e sono entusiasta di poter restituire il favore. Nonostante la stasi, la corruzione, la decadenza e l’umanità da cui siamo tutti circondati, nella marcia e giovane Irlanda come nella marcia e vecchia Italia, tutti noi, con e tramite gli altri, preserviamo il vitale attaccamento alla nostra vitale e spietata arte. La seguiamo di comune in comune, di bar in bar, di paese in paese, di poesia in poesia, di corpo in corpo, ogni volta e ovunque
ci possa condurre. Perché non cercate di unirvi a noi? Il fallimento è probabile, ma se sarete uno di noi sarete i benvenuti, e condivideremo con voi alcuni dei nostri segreti, alcune delle nostre magie.

(Greystones: Luca Artioli, Andrea Garbin, Fabio Barcellandi, Dave Lordan, durante il tour di presentazione di Poethree in Irlanda)

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Published in: on 9 luglio 2011 at 16:33  Lascia un commento  

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