Ai Poeti, nei giorni a venire

Mi è capitato recentemente di leggere una vecchia intervista di Jorge Luis Borges, rilasciata gentilmente alla storica “The Paris Review” nel 1967.

Borges era affascinato dalla lingua norrena, ovvero quella parlata nei Paesi scandinavi in piena era vichinga. La studiava con passione, nonostante fosse ormai morta, e amava quel suo originale procedere per metafore: ecco allora che per indicare la “nave” si diceva “destriero del mare”, così come si usava la definizione “strada della balena” al posto della stessa parola “mare”.

Ma la metafora che lo colpì più di tutte, la trovò proprio nel gergo poetico, dove il termine “battaglia” veniva tradotto con l’espressione “tessuto d’uomini”, definizione probabilmente riconducibile ai ranghi stretti tenuti dai soldati sul campo durante un attacco, oppure all’incrociarsi delle spade e delle lancie nei combattimenti corpo a corpo, in mezzo a un fitto e intricato carnaio di muscoli e di ossa.

“Tessuto d’uomini”, bellissimo. Davvero.

Trovo non ci sia modo migliore per definire la poesia e chi la sperimenta: una “battaglia”, appunto, nel senso norreno del termine, combattuta con ostinazione da un variegata umanità, che nella scrittura in versi cerca più o meno consapevolmente un dialogo (e un confronto) con se stesso, prima ancora che con gli altri. Un’esperienza vissuta spesso nella solitudine, dunque, ma sempre con la sicurezza di poter appartenere a qualcosa di più vasto, qualcosa che affondi le proprie radici in un terreno comune, popolato da persone “diversamente sensibili” a ciò che li circonda, al procedere quotidiano del tempo.

Mi sento quindi di prendere le distanze dalla (seppur splendida) definizione baudelairiana del poeta, ovvero colui che è “come quel principe delle nuvole, che sfida la tempesta e ride dell’arciere, ma in esilio, sulla terra, tra gli scherni, con le sue ali di gigante non riesce a camminare”.

Qui l’elemento della tenacia, della battaglia condotta per affermare i propri pensieri, la propria visione del mondo, viene meno.

Il “tessuto d’uomini”, il collante, non esiste o non viene preso semplicemente in considerazione. C’è soltanto l’individualità del soggetto e il suo dichiarato fallimento, il suo soccombere di fronte ad una società che, forse, lui -prima di tutti- non sa accettare come tale e, di conseguenza, “dominare”.

Perché è così, che spesso si finisce quando si è convinti di non poter essere compresi e apprezzati da chi, la poesia, non la scrive o, più genericamente, non la vive.

Ma sarebbe un errore grossolano.

Non lasciate, dunque, che i facili pregiudizi o la scarsa attenzione di chi vi circorda abbia il sopravvento sul vostro entusiasmo: chiedete spazio, marcate il passo! Siate voi a convincere gli altri che la poesia possa essere un valore aggiunto, un elemento qualificante e imprescindibile di umanità.

Serrate i ranghi, allora, e lasciate tracce di voi, amici miei.

Lasciate tracce!

 

(Luca Artioli)

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Published in: on 9 luglio 2011 at 14:42  Comments (5)  

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5 commentiLascia un commento

  1. grazie, Luca, per queste splendide parole.
    La poesia talvolta (quasi sempre) esce da noi con violenza…
    E’ proprio una battaglia che essa conduce in noi.
    Non possiamo zittirla. Mai.
    ciao.
    Marco Statzu (don)

    • Grazie a te Marco!
      Sono contento che anche tu condivida il mio pensiero.
      Non dobbiamo mai vivere la poesia con la sindrome di “Don Chisciotte contro i mulini a vento”.
      La poesia è “energia pulita”.
      Sfruttiamola per migliorare i nostri giorni! 🙂

      (Luca)

  2. “Tessuto d’uomini” è una definizione affascinante. Ma del resto anche la poesia è un tessuto e il comporre versi ha molto in comune con la tessitura. E se queste parole servono a definire la battaglia, si possono probabilmente adattare anche a definire la poesia, che è sicuramente (da parte di chi la fa) una continua battaglia contro sè stessi e contro il mondo. Bravo Luca: le tue parole sono un invito ad uscire dal sottosuolo.
    (Enea Roversi)

  3. Grazie di questo pensiero. Si la poesia è una battaglia contro lo scorrere del tempo senza viverlo, dell’essere senza esserci.
    E tessere , costruire è l’unica cosa cha possediamo per arrivare a quell’universo a cui semore tendiamo anche nella realtà.

  4. Grazie Luca
    Tessere parole tra le righe della realtà è un atto eversivo. Io dico che scrivere poesia è un atto civile di per sè. Di qualsiasi argomento tratti. La battaglia quotidiana del poeta è questa: tessere laddove il tessuto manca, far combaciare gli angoli, smussare gli spigoli della storia per raccontare un’Altra storia, pIù confusa certo, non lineare, usando altri codici ed alfabeti (prima che stilistici, di sensibilità) per narrare anche ciò che narrabile non è: questa è la libertà infinita e responsabile-consapevole della Poesia che può dunque parlare di qualsiasi cosa. Pur tuttavia l’uomo-donna Poeta, rimane coi piedi ben piantati dentro la realtà, non si può chiamare nè percepire fuori dall’ “essere umani”, attinge alla Vita per elevare il lamento e farne infine un coro, il terreno comune, il “Tessuto d’Uomini” appunto

    Valeria


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