Nel sottosuolo

La prima volta che ho conosciuto il sottosuolo avrò avuto dieci anni. I miei stavano ancora in paese e andavo tutti i giorni a trovare il figlio del falegname, Aldo, con i capelli ricci e le gambe lunghe come zampe di un ragno. Ricordo i pomeriggi infiniti e i giochi, nel loro cortile assolato, con suo padre che usciva ogni tanto e veniva a vedere se combinavamo disastri. Il falegname, un vecchio con gli occhi sempre rossi per i solventi o la polvere di legno, mi affascinava soprattutto. Si può dire che venissi a giocare con Aldo più che altro per suo padre, sperando e temendo di vederlo, come il diavolo nello specchio. Sarà stato per la sua mano destra, forse. Priva delle ultime due dita, quasi stesse sempre puntando una pistola, oppure benedicendo. Poco benediceva e molto sparava sberle quella mano, quando lo si faceva arrabbiare. E con noi ragazzini succedeva spesso.
Quando Aldo interrompeva i giochi per la sua quotidiana lezione di piano, io correvo in falegnameria, dietro la loro casa. Seguivo il profumo di colla e trovavo il vecchio orribile, dietro a pareti di assi alte come case. Mi incantavo a guardar nascere i suoi mobili dalle tavole levigate che segava in su e in giù lungo un piano d’acciaio. Perfetti incastri a coda di rondine, biselli precisi prendevano forma mentre la segatura si accumulava sulle mie Superga blu. Al centro della macchina c’era una spaventosa ruota dentata. Era quella che si era mangiata le sue dita. C’erano ancora pezzi di ossa negli ingranaggi, diceva lui. Non so se mi spaventava di più la storia orribile, il rumore assordante o la mano monca, che danzava così vertiginosamente vicino alla lama. Credo si divertisse, il vecchio dannato. Borbottava in un ghigno che un falegname con tutte le dita, lui non lo aveva mai visto. Se no, non hai mai lavorato, diceva, e si voltava verso me, mandando avanti il pezzo alla cieca, per farmi paura.
Davanti alla falegnameria c’era una montagna di sabbia. Il padre del mio amico stava ampliando la casa, una volta la gente sapeva fare più mestieri. Da molto tempo io e Aldo giravamo attorno a un problema senza risolverci a prendere una decisione. La domanda era: quanto può resistere un essere umano sottoterra? Vivo, naturalmente. Le leggende di paese su fuochi fatui e risvegli tardivi ci preoccupavano non poco a quel tempo. Tant’è che un giorno decidemmo: occorreva provare, un esperimento scientifico avrebbe posto fine a ogni dubbio. Io, sebbene più piccolo, mi offrii volontario e restammo impegnati una buona mattina, prima a spostare la sabbia, poi a scavare nel terreno una fossa sufficientemente ampia da ospitarmi. Una lunga canna di bambù, abbastanza da emergere, mi avrebbe fornito l’aria. Il mio amico mi avvolse in una coperta (per l’umidità e i vermi, disse). Tolsi le scarpe e mi accoccolai nell’oscurità che odorava di pipì di gatto. Una tavola di legno grezzo mi fu appoggiata sopra e presto la luce sparì sotto le palate di sabbia.
Il sole non arrivava a scaldare il mio rifugio ma con la coperta non avevo freddo. Sentivo i suoni del sottosuolo, i brusii che abitano la terra, forse qualche squittio che mi sforzavo di ignorare. L’idea che nessuno, solo il mio amico, sapesse cosa nascondeva la montagna di sabbia mi faceva sentire bene. Invisibile. Irraggiungibile. Decisi che non sarei mai più uscito.
Il falegname tornò dalla città nel pomeriggio e chiamò il figlio. Sentivo dal buio le loro voci ovattate che mormoravano parole poco comprensibili. Mi sembrò stupito che non fossi venuto a giocare come tutti i pomeriggi ma Aldo sapeva come conservare un segreto, in fondo dovevamo sapere quanto potevo resistere lì sotto.
Passò tempo, quanto non saprei dire. So che a un certo punto venne la notte, perché a parte i grilli c’era un gran silenzio, così mi addormentai.
Rimasi là sotto per due giorni a godermi le ricerche.
Sentivo crescere l’ansia del quartiere sopra di me, sentivo le voci, una volta, mi parve, anche quelle dei miei, preoccupate, ma laggiù nella mia tomba stavo bene e non mi passava per la testa di tornare alla vita banale di tutti i giorni, nel mondo di sopra. Avevo dei pezzi di pane, un vasetto di nutella e la borraccia d’alluminio, avvolta nella sua camicia di panno verde con la cerniera. Perdeva, ma ce n’era rimasta abbastanza per dissetarmi.
I periodi di sonno però erano sempre più lunghi e l’immobilità cominciava a farmi dolere le ossa.
Un giorno udii la sirena della polizia. Il calore del sole di mezzogiorno che cuoceva il suolo mi svegliò col suo abbraccio soffocante. Avevo sabbia ovunque: nelle tasche dei calzoncini, fra i capelli, un po’ anche in bocca. La canna di bambù masticata mi feriva le labbra. Cercai di capire cosa stava succedendo, sentii urlare un: -Adesso lei viene con noi!- Il falegname che bestemmiava la sua innocenza, il mio amico che piangeva, ma non parlava. A questo punto decisi che il gioco era durato troppo e spinsi l’asse per uscire. Non si muoveva di un millimetro. Provai ancora, puntando con le ginocchia. Nulla. Cercai di girarmi su un fianco e la canna mi sfuggì di bocca. Cercai di recuperarla ma nel buio mi era impossibile, forse era finita dietro la schiena.  Poco a poco l’aria che avevo attorno al viso si fece greve e viscosa. Quella notte urlai a lungo il nome di Aldo, e lui mi sentì dalla sua cameretta, lo so, ma  non scese a salvarmi. Mi mandò un pensiero, invece. Non poteva interrompere l’esperimento, diceva il pensiero, dovevo capire. Allora mi acquietai. Dunque, mi dissi, è così che succede. Neppure per un momento ebbi paura, l’esperimento era riuscito e avevamo ottenuto la risposta, questo era l’importante.

Aldo da quel giorno non parlò più, si mise a suonare una sola nota sul piano, dalla mattina alla sera, così alcuni mesi dopo un’ambulanza venne e se lo portò via.
La falegnameria fu smontata pezzo per pezzo alla ricerca di prove ma non vennero ritrovate che le mie Superga, in mezzo alla segatura. Questo bastò per far condannare il falegname che passò vent’anni anni in galera, sempre  bestemmiando e proclamandosi innocente.
Quando venne l’autunno e fu ormai chiaro a tutti che nessuno avrebbe più finito la casa, un camion portò via anche la sabbia.
Quando fu chiaro che io non sarei tornato i miei ebbero un altro bambino, lo chiamarono col mio nome e lasciarono il paese, così per loro fu tutto a posto.
Quel che resta di me è sempre là sotto, anche la canna di bambù sotto le ossa, ma io sono felice di quello che è successo.
Ora abito il sottosuolo e sono invincibile.

Giovanni Mauro

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Published in: on 19 maggio 2011 at 17:52  Comments (3)  

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3 commentiLascia un commento

  1. Un bel racconto, e non ho nient’altro da dire.
    Mi ha colpito la frase del diavolo sullo specchio, ch’è sicuramente un modo di dire che non conoscevo,
    ma io da bambino un diavolo sullo specchio l’ho visto davvero;
    lascio agli altri la libertà di credermi o meno;
    mi ha stupito questo modo di dire perché appunto io l’ho visto o almeno ho creduto di averlo veduto.
    Mi chiamo Alessio Romano e stavo per creare il sito “Poesia dal sottosuolo” quando mi sono proposto di ampliare gli orizzonti e di chiamarlo “Arte dal Sottosuolo”; oggi ho conosciuto il vostro; simile per idea, se posso permettermi.
    Sono un poeta di 25 anni, realizzato solo grazie a parte delle mie poesie dovute a sofferenza interiore e amore congenito per la Poesia,
    il sito che ho creato è un esperimento nonché uno dei tentativi di uscire dal mio sottosuolo.
    Non è per farmi pubblicità se posto due link,
    ma per farmi conoscere, sperando di fare cosa gradita…:
    Una mia poesia:

    il “mio” secondo sito:
    http://www.artedalsottosuolo.com
    auguri e complimenti per il vostro mirabile sito,
    a presto.

    • Ciao Alessio, grazie dei complimenti e dei tuoi interessanti link. Lascio al nostro presidente Andrea Garbin la gestione delle relazioni fra i nostri siti, per quello che mi riguarda sono felice che altri sottosuoli emergano e confluiscano…
      A presto

      • Prego e grazie a voi,
        il racconto è veramente ben scritto e a me congeniale;
        il sottosuolo è un’idea antica ma per noi sarà sempre originale,
        un abbraccio.


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